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Aurora boreale sulle Dolomiti: il raro evento osservato in Italia e la sua spiegazione scientifica

Aurora boreale sulle Dolomiti: il raro evento osservato in Italia e la sua spiegazione scientifica

Aurora boreale sulle Dolomiti (Foto di Alessandra Masi @alessandramasi_21 - aerospacecue.it

Aurora boreale visibile sulle Dolomiti: un evento raro che rivela le dinamiche solari e geomagnetiche con effetti spettacolari anche alle latitudini italiane

Tra la notte del 19 e 20 gennaio 2026, un evento di eccezionale intensità ha colpito l’intera magnetosfera terrestre, manifestandosi in Europa con aurore boreali visibili anche a latitudini insolitamente basse. Tra i luoghi in cui è stato possibile osservarle figura il territorio montano delle Dolomiti bellunesi, nel nord Italia. A documentare l’evento, con grande precisione tecnica e sensibilità artistica, come riportato da ANSA, è stata Alessandra Masi, astrofotografa italiana di fama internazionale, le cui immagini sono state più volte selezionate dalla NASA per l’iniziativa Astronomy Picture of the Day (APOD).

Le fotografie, scattate da Pieve di Cadore, precisamente dal Belvedere del Roccolo di S. Alipio, mostrano le tipiche bande luminose rosse e verdi associate all’aurora polare, sovrapposte alle cime delle Marmarole, uno dei gruppi dolomitici riconosciuti dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. Il sito rappresenta un punto panoramico privilegiato per le osservazioni astronomiche grazie all’altitudine, alla limpidezza dell’aria e alla relativa assenza di inquinamento luminoso.

Cause fisiche e condizioni che rendono possibile un’aurora alle nostre latitudini

Il fenomeno registrato nelle Dolomiti è stato innescato da una tempesta geomagnetica di classe G4, una delle più intense nella scala utilizzata dal NOAA per classificare gli eventi geomagnetici, che va da G1 (minore) a G5 (estremo). La classificazione G4 indica un livello di disturbo capace di provocare gravi anomalie nei sistemi tecnologici, ma anche spettacolari effetti ottici nell’alta atmosfera.

Queste tempeste si generano a seguito di un evento solare estremo, come l’espulsione di massa coronale (CME – Coronal Mass Ejection), un’imponente eruzione di plasma solare accompagnata da un potente brillamento solare di classe X. I brillamenti vengono suddivisi in cinque classi (A, B, C, M e X), con la classe X che rappresenta le emissioni di energia più intense.

Il materiale espulso dal Sole, composto da particelle cariche ad alta energia (protoni, elettroni e ioni), viaggia nel mezzo interplanetario raggiungendo la Terra in un periodo che può variare da qualche decina di ore fino a pochi giorni. Quando queste particelle colpiscono la magnetosfera terrestre, innescano complesse interazioni che portano all’eccitazione degli atomi nell’alta atmosfera.

Interazione tra vento solare e magnetosfera: il ruolo del campo geomagnetico

Il campo magnetico terrestre agisce da scudo, deviando le particelle cariche verso le regioni polari, dove l’intensità del campo è minore. Lì, gli ioni solari entrano in collisione con le molecole e gli atomi dell’atmosfera terrestre, in particolare ossigeno e azoto, causando la loro eccitazione e successiva emissione di luce, fenomeno noto come fotoluminescenza.

A seconda del tipo di atomo coinvolto e dell’altitudine in cui avviene la reazione, l’aurora assume differenti colorazioni:

  • Verde: emissioni da atomi di ossigeno a circa 100-150 km di quota.
  • Rosso: ossigeno più rarefatto a 200-300 km.
  • Azzurro e viola: azoto ionizzato a quote più basse, solitamente sotto i 100 km.

Durante le tempeste geomagnetiche di elevata intensità, come quella del 19 gennaio 2026, il confine aurorale si sposta verso l’equatore, rendendo possibile l’osservazione anche da latitudini medio-basse come quelle italiane.

Un evento raro e documentato in tempo reale

L’aurora boreale alle latitudini italiane costituisce un evento meteorologico spaziale eccezionale. L’ultima osservazione comparabile risale a diversi anni fa, ed è sempre stata associata a condizioni particolarmente estreme dell’attività solare. Le immagini di Alessandra Masi hanno permesso non solo di documentare visivamente l’accaduto, ma anche di confermarne la reale portata grazie ai dati forniti dai principali osservatori geomagnetici.

Molti sistemi di monitoraggio, tra cui il NOAA Space Weather Prediction Center e i satelliti della missione DSCOVR e SOHO, hanno rilevato un improvviso incremento del flusso di protoni ad alta energia e un disturbo significativo dell’indice Kp, che ha raggiunto valori superiori a 8 su una scala massima di 9, compatibile con eventi di classe G4.

Conseguenze tecnologiche delle tempeste geomagnetiche

Oltre alla spettacolarità visiva, le tempeste solari di intensità elevata come quella del 19 gennaio 2026 hanno impatti concreti sulle tecnologie terrestri e spaziali. Possono causare:

  • Interferenze nelle comunicazioni radio, soprattutto nelle frequenze HF (alta frequenza) utilizzate per le comunicazioni aeronautiche e marittime.
  • Danni ai satelliti per sovraccarico elettronico o malfunzionamenti dei sistemi di orientamento e controllo.
  • Fluttuazioni nelle reti elettriche ad alta tensione, dovute a correnti geomagneticamente indotte (GIC) che possono portare a blackout locali o regionali.

Per questo motivo, le agenzie spaziali e i gestori di infrastrutture critiche mantengono una costante sorveglianza del meteo spaziale, attraverso una rete globale di strumenti di osservazione a terra e in orbita.

L’aurora e il ciclo undecennale dell’attività solare

Il Sole segue un ciclo di attività magnetica della durata media di circa 11 anni, noto come ciclo solare, durante il quale si alternano fasi di minimo e massimo solare. Il 2026 si colloca nella fase ascendente del 25° ciclo solare, iniziato ufficialmente nel dicembre 2019 e attualmente in una fase di attività molto intensa.

Durante il massimo solare, le regioni attive sul Sole, come le macchie solari e i brillamenti, aumentano di numero e intensità, con conseguente maggiore probabilità di eventi CME e tempeste geomagnetiche sulla Terra. Gli scienziati stimano che il picco di attività del ciclo 25 possa verificarsi proprio tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026, compatibilmente con eventi come quello che ha interessato l’Italia a gennaio.

Astrofotografia e divulgazione scientifica: il contributo di Alessandra Masi

Alessandra Masi, autrice degli scatti che documentano l’aurora boreale sulle Dolomiti, è una figura di riferimento nel panorama dell’astrofotografia italiana. Il suo approccio unisce rigore tecnico, sensibilità compositiva e attenzione al patrimonio naturale del territorio. L’esperienza nel catturare eventi rari come questo dimostra quanto l’astrofotografia possa essere anche uno strumento di divulgazione scientifica e osservazione ambientale.

La selezione di sue immagini come Astronomy Picture of the Day da parte della NASA attesta la qualità del suo lavoro e l’importanza del contributo di professionisti e appassionati nella documentazione dei fenomeni astronomici. Le sue immagini non si limitano a mostrare l’aurora in quanto tale, ma la inseriscono in un contesto paesaggistico riconoscibile, rendendo evidente la connessione tra eventi celesti e ambiente terrestre.

Dinamiche solari e osservazione terrestre: quando la scienza diventa esperienza visibile

Eventi come quello verificatosi sulle Dolomiti nel gennaio 2026 rappresentano un’occasione concreta per osservare gli effetti diretti dell’attività solare sul nostro pianeta. Non si tratta di semplici spettacoli visivi, ma di manifestazioni di processi astrofisici complessi che coinvolgono interazioni tra campo magnetico terrestre, atmosfera e radiazione solare.

La possibilità di osservare un’aurora boreale in Italia, seppur rara, è tecnicamente spiegabile solo in presenza di condizioni molto specifiche e misurabili. Questo consente di distinguere chiaramente il dato scientifico dalla suggestione visiva, offrendo un’occasione unica per approfondire la comprensione delle dinamiche spaziali che influenzano anche il nostro ambiente quotidiano.

Le immagini scattate da Pieve di Cadore entrano così a far parte non solo dell’archivio visivo dell’astrofotografia italiana, ma anche della memoria collettiva degli eventi atmosferici straordinari che, di tanto in tanto, rendono visibile l’invisibile connessione tra Sole e Terra.