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SLS standardizzato e nuova missione nel 2027: la NASA ridisegna l’architettura del programma Artemis

SLS standardizzato e nuova missione nel 2027: la NASA ridisegna l’architettura del programma Artemis

La NASA ha annunciato una revisione strutturale del programma Artemis: nuova missione aggiunta nel 2027, configurazione SLS standardizzata e cadenza di un volo lunare all’anno a partire dal 2028.

L’obiettivo dichiarato è riportare astronauti americani sulla superficie lunare per la prima volta in oltre cinquant’anni, con il primo allunaggio fissato per l’inizio del 2028 e la costruzione di una base lunare prevista dalla quinta missione.

La revisione architetturale del programma Artemis

Il 27 febbraio 2026, durante una conferenza stampa al Kennedy Space Center della NASA in Florida, l’agenzia spaziale statunitense ha presentato un aggiornamento sostanziale alla struttura del programma Artemis. Le modifiche riguardano tre aspetti fondamentali: l’aggiunta di una nuova missione dimostrativa in orbita terrestre bassa per il 2027, la standardizzazione della configurazione del vettore SLS (Space Launch System) a partire dalla quarta missione, e l’abbandono di componenti precedentemente previsti come l’Exploration Upper Stage (EUS) e il Mobile Launcher 2 (ML-2), entrambi bloccati da ritardi nello sviluppo.

L’obiettivo strategico esplicitato dalla NASA è duplice: da un lato mantenere la superiorità statunitense nell’esplorazione spaziale, dall’altro costruire un’infrastruttura operativa che permetta di raggiungere una cadenza di una missione lunare all’anno dopo il primo allunaggio. Questo ritmo rappresenta una discontinuità netta rispetto alle tempistiche dilatate che hanno caratterizzato il programma fin dalla sua istituzione, e riflette una pressione politica e competitiva crescente, in particolare rispetto ai programmi spaziali cinesi orientati anch’essi alla Luna.

Artemis II: lo stato attuale e la finestra di lancio di aprile

Prima di entrare nel dettaglio delle missioni future, la conferenza ha fornito un aggiornamento su Artemis II, la prima missione con equipaggio del programma. Dopo un wet dress rehearsal riuscito a febbraio 2026, i tecnici hanno identificato un problema al flusso di elio verso l’interim cryogenic propulsion stage (ICPS), il secondo stadio del razzo. Il problema ha richiesto il rollback del vettore verso il Vehicle Assembly Building (VAB), dove le squadre stanno attualmente lavorando sia alla correzione del difetto che alla sostituzione delle batterie e ad altre attività di manutenzione programmata.

La prossima finestra di lancio si apre ad aprile 2026. L’equipaggio è composto da quattro astronauti: Reid Wiseman (comandante, NASA), Victor Glover (pilota, NASA), Christina Koch (specialista di missione, NASA) e Jeremy Hansen (specialista di missione, CSA – Canadian Space Agency). La missione avrà una durata di circa dieci giorni e prevede una traiettoria circumlunare: l’equipaggio volerà attorno alla Luna senza entrare in orbita stabile attorno ad essa, e rientrerà sulla Terra ammarando nell’Oceano Pacifico.

Artemis II è concettualmente analoga alla missione Apollo 8 del 1968: non un allunaggio, ma una verifica critica dei sistemi con equipaggio umano a bordo in un ambiente spaziale profondo. In questo caso, il volo testa per la prima volta la capsula Orion con tutti i sistemi di supporto vitale attivi, che nelle simulazioni a terra e nella missione Artemis I (non equipaggiata, novembre 2022) non erano stati impiegati in configurazione operativa completa.

Artemis III: la nuova missione dimostrativa in orbita terrestre bassa (2027)

La novità più rilevante dell’annuncio riguarda l’inserimento di una missione dimostrativa aggiuntiva a metà 2027, denominata Artemis III nella nuova numerazione. Questa missione, che fa slittare di un numero le denominazioni precedentemente assegnate, ha una funzione tecnica precisa: testare il rendez-vous e l’aggancio in orbita terrestre bassa tra la capsula Orion e uno o entrambi i lander commerciali sviluppati da SpaceX (Starship HLS) e Blue Origin (Blue Moon).

L’inserimento di questa missione risponde a una logica di riduzione del rischio: portare l’equipaggio direttamente sulla superficie lunare senza aver prima verificato in condizioni reali le procedure di docking tra Orion e i veicoli commerciali avrebbe rappresentato un rischio operativo non accettabile. Le manovre di aggancio in orbita lunare, necessarie sia per il trasferimento dell’equipaggio verso il lander prima della discesa che per il ritorno a bordo di Orion dopo la risalita dalla superficie, sono tra le fasi più critiche dell’intera architettura Artemis, e non erano mai state eseguite con hardware reale.

La scelta di effettuare questa verifica in orbita terrestre bassa (LEO) piuttosto che in orbita lunare consente di operare in un ambiente molto più accessibile: in caso di anomalie, i tempi di risposta e le possibilità di intervento sono incomparabilmente superiori rispetto a quanto sarebbe possibile a 384.000 km di distanza. Non è ancora stato specificato se la missione coinvolgerà uno solo dei due provider o entrambi in configurazioni separate o simultanee.

Artemis IV: il primo allunaggio, inizio 2028

Quella che era denominata Artemis III diventa ora Artemis IV e mantiene l’obiettivo del primo allunaggio del programma, fissato per l’inizio del 2028. La sequenza operativa prevista è la seguente: dopo il lancio con SLS, l’equipaggio viaggia a bordo di Orion verso l’orbita lunare; qui avviene il trasferimento su un lander commerciale, Starship HLS o Blue Moon, a seconda della disponibilità e della certificazione di volo, che conduce gli astronauti sulla superficie lunare.

La destinazione è il Polo Sud della Luna, una regione mai esplorata da esseri umani. L’interesse scientifico e strategico di questa zona è legato alla presenza di ghiaccio d’acqua nei crateri perennemente in ombra, confermata da dati orbitali e da missioni robotiche. L’acqua lunare è una risorsa critica per qualsiasi scenario di presenza umana prolungata: può essere separata in idrogeno e ossigeno per produrre propellente, oppure utilizzata per il sostentamento degli astronauti e come schermatura dalle radiazioni cosmiche.

Dopo le attività sulla superficie, l’equipaggio risale sul lander e rientra in orbita lunare, dove riagganciò Orion. Il rientro sulla Terra avviene con ammaraggio nell’Oceano Pacifico, seguendo la stessa procedura di Artemis II. La prontezza operativa del lander sarà il fattore determinante nella scelta del provider: la NASA ha chiarito che la selezione definitiva tra SpaceX e Blue Origin dipenderà da quale dei due sistemi avrà completato con successo le qualifiche di volo necessarie.

Dal punto di vista del vettore, Artemis IV segnerà anche l’introduzione della configurazione SLS standardizzata. L’ICPS, utilizzato come secondo stadio nelle prime tre missioni, verrà sostituito con un nuovo secondo stadio non ancora identificato pubblicamente. Come anticipato, la NASA ha abbandonato l’Exploration Upper Stage, originariamente progettato per aumentare significativamente la capacità di payload verso la Luna, e ha cancellato il programma del Mobile Launcher 2, necessario per il lancio della variante Block 1B di SLS che avrebbe ospitato l’EUS. Entrambe le decisioni riflettono la necessità di eliminare dalla roadmap elementi con cronoprogrammi incerti.

Artemis V e la costruzione della base lunare: fine 2028

La quinta missione, Artemis V, è prevista per la fine del 2028 e utilizzerà la configurazione SLS standardizzata introdotta con la missione precedente. Oltre a portare un secondo equipaggio sulla superficie lunare, Artemis V segnerà l’avvio della fase più ambiziosa del programma: la costruzione di una base lunare permanente.

I dettagli architetturali della base lunare non sono stati specificati nell’annuncio di febbraio, ma il progetto si inserisce nel contesto più ampio del Lunar Gateway — la stazione spaziale in orbita lunare che la NASA e i suoi partner internazionali stanno sviluppando — e degli elementi di habitat di superficie che dovranno consentire soggiorni prolungati degli astronauti. La base al Polo Sud dovrebbe sfruttare le zone di luce quasi continua sulle creste dei crateri per l’alimentazione solare, compensando la difficoltà di operare in un ambiente termicamente estremo dove le temperature nelle zone in ombra scendono a circa -200°C.

A partire da Artemis V, la NASA punta a mantenere una cadenza di un volo lunare all’anno. Questa frequenza operativa non ha precedenti nella storia dell’esplorazione spaziale umana: durante il programma Apollo, tra il 1969 e il 1972, si registrò una media simile, ma con missioni di durata molto più breve e senza alcuna infrastruttura permanente sulla superficie.

La standardizzazione dell’SLS: perché è una svolta operativa

Una delle decisioni strutturalmente più rilevanti nell’aggiornamento della NASA riguarda la standardizzazione del vettore SLS. Fin dalla sua progettazione, l’SLS era stato concepito come un sistema evolutivo con varianti di capacità crescente: la versione Block 1, utilizzata per Artemis I e II con l’ICPS come secondo stadio, e la versione Block 1B e Block 2 che avrebbero progressivamente aumentato il payload verso la Luna grazie all’Exploration Upper Stage.

L’abbandono dell’EUS e del ML-2, necessario per lanciare la configurazione Block 1B, impone un ripensamento di questa roadmap evolutiva. La NASA ha annunciato che un nuovo secondo stadio sostituirà l’ICPS a partire da Artemis IV, ma non ha ancora specificato le caratteristiche tecniche di questo componente né i soggetti coinvolti nel suo sviluppo. Ciò che è chiaro è che la standardizzazione mira a ridurre la complessità logistica e i costi di preparazione per ciascuna missione: una configurazione fissa permette di ottimizzare le procedure di assemblaggio, test e lancio, riducendo i tempi di turnaround tra una missione e l’altra.

Il consolidamento attorno a un’unica variante del vettore rappresenta anche una risposta implicita alle critiche relative ai costi del programma SLS, notevolmente più elevati rispetto ai vettori commerciali comparabili. Sebbene la NASA non abbia commentato esplicitamente questo aspetto, la razionalizzazione architetturale riduce il numero di configurazioni hardware da gestire e, in linea di principio, dovrebbe comprimere i costi unitari di ciascuna missione.

Il contesto competitivo: Luna come teatro geopolitico

L’accelerazione del programma Artemis non avviene in un vuoto. La competizione con la Cina per la presenza sulla superficie lunare è un fattore esplicito nella strategia spaziale statunitense. Il programma lunare cinese, che include la missione Chang’e 6, che ha già restituito campioni dal lato nascosto della Luna nel 2024, e i piani per una stazione di ricerca lunare internazionale (ILRS) con la Russia, punta anch’esso al Polo Sud lunare come destinazione prioritaria per una presenza permanente entro il 2030.

In questo contesto, il Polo Sud della Luna acquisisce una dimensione quasi territoriale: chi arriva per primo e stabilisce infrastrutture operative in quella regione definirà de facto le regole di accesso alle risorse del ghiaccio, con implicazioni che vanno ben oltre la ricerca scientifica. Gli Accordi di Artemis, il framework multilaterale promosso dagli Stati Uniti e firmato finora da oltre 40 paesi, cercano di stabilire norme di comportamento responsabile nell’esplorazione lunare — ma non hanno forza vincolante e non sono stati sottoscritti né dalla Cina né dalla Russia.

Il ruolo dei partner commerciali: SpaceX e Blue Origin

L’architettura Artemis si fonda in modo strutturale sulla collaborazione con il settore commerciale privato, in particolare per quanto riguarda i lander lunari. Nel 2021 la NASA aveva selezionato inizialmente solo SpaceX per il programma HLS (Human Landing System), suscitando le proteste di Blue Origin. Dopo un contenzioso legale e una nuova gara, nel 2023 la NASA ha assegnato un secondo contratto a Blue Origin per il lander Blue Moon, creando una situazione di doppia aggiudicazione che garantisce ridondanza e competizione.

La Starship HLS di SpaceX è una variante della Starship ottimizzata per operazioni in orbita lunare: non è progettata per il rientro atmosferico sulla Terra, ma esclusivamente per la discesa sulla superficie lunare e la risalita verso l’orbita lunare dove è parcheggiata Orion. La sua capacità di payload è eccezionalmente elevata, ma il programma di sviluppo ha accumulato ritardi e la versione HLS deve ancora completare le qualifiche di volo. Il Blue Moon di Blue Origin è un lander di concezione più tradizionale, propulso da motori BE-7 a idrogeno liquido e ossigeno liquido, anch’esso in fase di sviluppo avanzato ma non ancora certificato per voli con equipaggio.

La missione Artemis III del 2027 (quella dimostrativa in LEO) avrà il compito operativo di qualificare le procedure di rendez-vous e docking con almeno uno di questi sistemi in condizioni reali, riducendo significativamente l’incognita tecnica che pesa sul primo allunaggio del 2028.

Verso Marte: la Luna come laboratorio

L’annuncio della NASA si chiude con un riferimento esplicito a Marte come destinazione finale dell’esplorazione umana dello spazio profondo. La Luna, in questa visione, non è un obiettivo in sé ma un banco di prova operativo: le tecnologie sviluppate per sopravvivere e lavorare sulla superficie lunare, sistemi di supporto vitale chiusi, produzione di ossigeno dal regolite (MOXIE e i suoi successori), generazione di energia in ambienti con illuminazione variabile, estrazione e utilizzo di risorse in situ, sono direttamente trasferibili a uno scenario marziano.

La distanza dalla Terra è il discrimine fondamentale: sulla Luna, in caso di emergenza, un’evacuazione richiede giorni. Su Marte, con le attuali tecnologie di propulsione, richiederebbe mesi. Ogni errore di progettazione o protocollo operativo che viene identificato e corretto nell’ambiente lunare riduce statisticamente il rischio di un incidente fatale in una missione marziana. In questo senso, il programma Artemis è strutturalmente un programma preparatorio per Marte mascherato, almeno nella comunicazione pubblica, da programma di esplorazione lunare.

La timeline verso il pianeta rosso rimane volutamente vaga nei documenti ufficiali della NASA, ma le dichiarazioni di Elon Musk, il cui coinvolgimento nel programma Artemis tramite SpaceX è tutt’altro che marginale, e le indicazioni dell’amministrazione suggeriscono un orizzonte temporale orientato agli anni 2030, con una finestra ottimale di lancio verso Marte che si presenta ogni 26 mesi circa.

Fonti

  • NASA (nasa.gov) – “NASA Strengthens Artemis: Adds Mission, Refines Overall Architecture “, 3 marzo 2026