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UAP e Disclosure Militare: cosa contengono i file “UFO” declassificati dal Pentagono

Il Pentagono ha rilasciato oltre 160 file UAP declassificati, con video infrarossi militari, rapporti delle missioni Apollo e avvistamenti dal 1940 a oggi. Analisi tecnica completa di cosa è stato reso pubblico e cosa resta irrisolto.

Il rilascio avvenuto l’8 maggio 2026 da parte del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti rappresenta uno degli atti di disclosure istituzionale più ampi mai compiuti in materia di Unidentified Anomalous Phenomena (UAP). Più di 160 file, relativi a oltre 400 singoli episodi distribuiti in ogni angolo del pianeta, sono stati resi pubblicamente accessibili attraverso il sito dedicato war.gov/UFO/, senza necessità di autorizzazioni o accrediti. Il materiale copre un arco temporale che va dai tardi anni Quaranta fino al 2024 inoltrato, includendo trascrizioni di debriefing astronautici, filmati infrarossi acquisiti da piattaforme militari, rapporti redatti dall’All-domain Anomaly Resolution Office (AARO) e testimonianze dirette raccolte in tempi recenti.

L’iniziativa rientra nel programma denominato PURSUE (Presidential Unsealings and Reporting System for UAP Encounters) e prevede l’aggiunta progressiva di ulteriori documenti su base continuativa. Il modello operativo scelto ricalca quello già adottato in dicembre per il rilascio dei cosiddetti Epstein Files da parte del Dipartimento di Giustizia, con tutte le criticità che quella procedura aveva evidenziato: materiali privi di contestualizzazione analitica, redazioni parziali, assenza di interpretazione ufficiale. Anche in questo caso, il Pentagono ha precisato che i file sono stati revisionati per ragioni di sicurezza, ma non ancora analizzati ai fini della risoluzione delle anomalie documentate.

Sensori infrarossi militari e il problema dell’identificazione

La componente tecnicamente più rilevante del rilascio è costituita da una serie di video acquisiti da sensori infrarossi a bordo di piattaforme militari statunitensi. Tra questi, figurano filmati trasmessi dal Comando Indo-Pacifico e dal Comando Settentrionale (NORTHCOM) all’AARO nel corso del 2024. Si tratta di sequenze brevi (alcune di appena nove secondi, altre di circa un minuto e quaranta) in cui appaiono segnature termiche di forma e comportamento difficile da attribuire con certezza a sistemi noti.

I sensori Forward Looking Infrared (FLIR) utilizzati dai velivoli militari rilevano le differenze di temperatura irradiata dagli oggetti, non la luce visibile. Le immagini risultanti sono in scala di grigi o pseudocolore, con una risoluzione angolare che dipende dall’altitudine, dalla distanza dall’obiettivo e dalle caratteristiche ottiche del sistema. Interpretare correttamente queste segnature richiede competenze molto specifiche: la stessa morfologia di un oggetto può variare drasticamente in funzione dell’aspetto termico, dell’angolo di ripresa e delle condizioni atmosferiche. Questo rende i video FLIR particolarmente soggetti a fraintendimenti, come già dimostrato dall’analisi del filmato GOFAST (2015) o del caso Gimbal, entrambi precedentemente desecretati.

Nessuno dei nuovi filmati inclusi nel rilascio è accompagnato da un’analisi tecnica che correli la segnatura registrata con parametri fisici misurati, come velocità angolare, distanza stimata, temperatura di superficie apparente, comportamento nel tempo. Questa mancanza non è un dettaglio marginale: senza quei dati, un filmato infrarosso da solo non consente di distinguere un oggetto fisico mobile da un artefatto ottico, da un aeromobile convenzionale fuori contesto visivo o da un fenomeno atmosferico con proprietà radiative inusuali.

Le missioni Apollo e la documentazione degli anomali luminosi

Uno dei file rilasciati dall’U.S. Department of War – Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters (PURSUE)

Una sezione particolarmente densa del rilascio riguarda le missioni lunari del programma Apollo. I debriefing degli astronauti contengono riferimenti espliciti a fenomeni ottici osservati durante il volo, sia all’interno dei moduli che all’esterno, nello spazio interplanetario.

Nel debriefing post-volo di Apollo 11 del 1969, Buzz Aldrin descrive lampi di luce visibili all’interno della cabina durante la fase di riposo, intervallati di qualche minuto l’uno dall’altro, e un’altra fonte luminosa brillante che inizialmente attribuì a un possibile laser. Questo tipo di fenomeno è stato successivamente oggetto di studi approfonditi nell’ambito della ricerca sugli effetti delle radiazioni cosmiche sull’occhio umano. I cosiddetti Light Flashes (o cosmic ray visual phenomena) sono eventi documentati fin dalle prime missioni spaziali prolungate: particelle ionizzanti ad alta energia attraversano la retina o il cristallino, producendo impressioni luminose senza stimolazione ottica esterna. Si parla di fisiologia della radiazione cosmica applicata allo spazio cislunar, dove la protezione del campo magnetico terrestre si riduce progressivamente, più che di un effetto ottico.

Come riportato da un’analisi di questi file fatta da NBC News, durante Apollo 12, l’astronauta Alan Bean segnalò “lampi di luce che sembravano allontanarsi nello spazio”. La missione del 1969 operava in condizioni di alta attività solare e la fluenza di particelle energetiche rilevata dallo strumentario di bordo era significativamente elevata. Harrison Schmitt, durante Apollo 17 nel dicembre 1972, descrisse invece “particelle luminose molto brillanti, in rotazione e tumbling a grande distanza”. La geometria di queste osservazioni, cioè di oggetti percepiti come lontani, in movimento rotatorio, è compatibile tanto con frammenti di materiale espulso dal veicolo quanto con l’interazione di particelle con il visore del casco in condizioni di illuminazione solare.

Le fotografie delle missioni incluse nel rilascio mostrano in alcuni casi “punti” o “formazioni” nell’area del cielo lunare, evidenziate con annotazioni grafiche. Le immagini scattate dalla superficie lunare o in orbita presentano condizioni di ripresa molto diverse da quelle terrestri, come l’assenza di diffusione atmosferica, altissimo contrasto tra superfici illuminate e ombra, possibilità di aberrazioni ottiche legate a residui di propellente o particelle di regolite sollevate durante le manovre. Nessuno di questi elementi esclude a priori una spiegazione ordinaria, ma nessuno la conferma nemmeno senza un’analisi fotometrica dedicata.

Il framework AARO e l’architettura istituzionale della disclosure

L’All-domain Anomaly Resolution Office è l’ente che il Congresso statunitense ha istituito nel 2022 con il National Defense Authorization Act, con il mandato esplicito di centralizzare la raccolta, l’analisi e la reportistica relativa agli UAP in tutti i domini operativi (aria, mare, spazio, sottomarino e spettro elettromagnetico). Prima della sua istituzione, le segnalazioni venivano gestite in modo frammentato tra Navy, Air Force, NSA e CIA, con scarsa condivisione interdisciplinare e nessuna procedura standardizzata di follow-up.

Il rilascio dell’8 maggio costituisce la prima divulgazione pubblica massiva dei file archiviati dall’AARO dalla sua fondazione. I documenti più recenti presenti nel pacchetto risalgono al 2024 e consistono in mission report dell’Air Force che identificano “potenziali UAP” con pochissimi dettagli aggiuntivi; infatti, non c’era nessuna caratterizzazione della segnatura, nessun dato sull’altitudine o la velocità stimata, nessuna correlazione con i dati radar o ADS-B disponibili al momento dell’avvistamento. Questa scarsità informativa non è necessariamente indice di occultamento ma riflette probabilmente le reali limitazioni operative nella raccolta dei dati in condizioni di missione standard, dove la priorità non è documentare un’anomalia bensì completare l’obiettivo assegnato.

Tra i file, compare anche un verbale di un’intervista condotta dall’FBI nel settembre 2023 via FaceTime con un operatore di droni presente presso un sito di test governativo. Insieme ai colleghi, il soggetto aveva osservato un oggetto metallico grigio, privo di ali o scarichi visibili, di dimensioni stimate tra uno e due elicotteri Black Hawk, con una luce bianca intensa sul lato est. L’oggetto si trovava a circa 1.500 metri di quota, si è spostato da est a ovest ed è scomparso dopo cinque-dieci secondi. Il documento è parzialmente oscurato per proteggere l’identità dei testimoni e la localizzazione delle installazioni.

Episodi storici: dalla Seconda Guerra Mondiale alla Guerra Fredda

Il corpus include avvistamenti che risalgono agli anni Quaranta, un periodo in cui la stessa categoria concettuale di “oggetto volante non identificato” stava prendendo forma nella percezione pubblica e nell’apparato di intelligence militare. Un caso del settembre 1948 documenta un avvistamento compiuto da un equipaggio militare in volo a 9.000 metri sul territorio olandese dove un oggetto mostrava “accelerazioni improvvise e una salita rapida”. Entro pochi mesi, gli analisti dell’intelligence avevano concluso che si trattava di un jet monomotore equipaggiato con razzi ausiliari ad alta potenza, una tecnologia che, nel contesto del dopoguerra europeo, era ancora relativamente nuova e capace di prestazioni sorprendenti per chi non ne conoscesse le caratteristiche.

Questo caso è istruttivo per una ragione precisa, cioè, mostra come molti episodi classificati decenni fa come “non identificati” fossero in realtà tecnologie proprie o avversarie non pienamente condivise tra i reparti. La compartimentazione dell’informazione tecnica (fenomeno strutturale durante la Guerra Fredda) ha generato un numero rilevante di segnalazioni di buona fede che in realtà riguardavano programmi classificati come l’U-2, l’SR-71 o i primi prototipi dei velivoli stealth. Questa dinamica non ha smesso di operare con la fine della Guerra Fredda; infatti, i droni ad alta quota, i velivoli ipersonici in fase sperimentale e i sistemi di sorveglianza a bassa osservabilità continuano a generare avvistamenti inspiegabili per chi non ha accesso ai relativi programmi.

C’è anche la trascrizione di un’intercomunicazione tra l’astronauta Frank Borman e il controllo missione durante Gemini 7 nel 1965. Borman riferisce di un “bogey alle 10 in alto”, espressione del lessico militare per un velivolo non identificato. Houston chiede di ripetere il messaggio. Borman specifica: “sembrano centinaia di piccole particelle che passano a sinistra, a circa cinque o sei chilometri di distanza.” Il contesto suggerisce con alta probabilità un’interazione visiva con detriti orbitali o frammenti espulsi dallo stesso veicolo, fenomeno ben documentato nelle missioni Gemini dei primi anni Sessanta.

Cosa manca: l’analisi che non c’è

Il rilascio è stato accompagnato da una precisazione esplicita del Pentagono: i file sono stati sottoposti a revisione per ragioni di sicurezza, ma non analizzati ai fini dell’identificazione delle anomalie. Questa distinzione è cruciale. Un file declassificato non è un file spiegato. Mettere a disposizione del pubblico delle sequenze video infrarosse senza fornire i metadati tecnici necessari per interpretarle (distanza dall’oggetto, parametri ottici del sensore, condizioni atmosferiche, dati radar correlati, velocità della piattaforma portante) equivale a pubblicare una radiografia senza la refertazione clinica.

Gli episodi più ambigui del rilascio, quelli che non sono stati né confermati né smentiti, riguardano in prevalenza avvistamenti effettuati in prossimità di installazioni militari o siti di test. Questa distribuzione geografica non è casuale poiché le aree con alta densità di attività aeronautica e sistemi di sorveglianza attivi sono naturalmente quelle in cui le anomalie visive vengono più spesso rilevate e registrate. L’effetto di selezione osservativa è un fattore che qualsiasi analisi seria deve considerare prima di trarre conclusioni sulla distribuzione reale dei fenomeni.

Il senatore e lo scienziato, il giornalista d’inchiesta e l’appassionato di ufologia troveranno nel corpus materiale sufficiente per costruire narrative molto diverse. Questa è, probabilmente, la caratteristica più distintiva del rilascio: non impone una narrativa, ma offre materia grezza su cui ogni lettore proietta la propria cornice interpretativa. Per chi lavora nell’ambito dell’aerospazio, della fisica dei sensori o dell’intelligence tecnica, la domanda più produttiva rimane quella più scomoda: quanti di questi episodi potrebbero essere risolti con i dati che il governo non ha ancora reso pubblici?

Il ruolo della NASA e la dimensione scientifica del problema

Il rilascio ha ricevuto un commento pubblico da Jared Isaacman, amministratore della NASA nominato nell’amministrazione Trump, che ha sottolineato il ruolo dell’agenzia nell’applicare strumenti scientifici avanzati allo studio dei fenomeni anomali e nel condividere i risultati con trasparenza. La NASA aveva già prodotto nel 2023 un rapporto UAP commissionato dal suo Independent Study Team, che aveva concluso come i dati disponibili fossero insufficienti per qualsiasi conclusione definitiva e raccomandato investimenti specifici in sistemi di rilevamento dedicati, protocolli di raccolta standardizzati e integrazione con i network di sensori esistenti.

Quella relazione aveva identificato una lacuna metodologica strutturale e cioè, che la maggior parte delle segnalazioni di UAP viene raccolta da sensori non progettati per questo scopo (camere di sicurezza, radar meteorologici, FLIR militari) in condizioni non ottimali e senza la calibrazione necessaria per ricavarne dati fisicamente significativi. Costruire un corpus di conoscenza scientificamente robusto sugli UAP richiede sensori dedicati, posizionati strategicamente, con copertura spettrale ampia e capacità di misura simultanea di più grandezze fisiche. Nessuno di questi strumenti esiste ancora in forma operativa sistematica.

Trasparenza istituzionale e limiti strutturali della disclosure

La Casa Bianca ha inquadrato il rilascio come un atto di trasparenza nei confronti dei cittadini americani, contrapponendolo esplicitamente alle pratiche delle amministrazioni precedenti. Questo posizionamento politico non altera la natura tecnica del materiale pubblicato, ma influisce sul modo in cui viene percepito e utilizzato. In un ambiente informativo in cui la fiducia nelle istituzioni è bassa e la propensione alle narrative complottiste è alta, la pubblicazione di materiale ambiguo senza contestualizzazione può produrre effetti opposti a quelli dichiarati.

L’episodio degli Epstein Files, richiamato esplicitamente come modello procedurale, aveva già mostrato i limiti di questo approccio: materiale già noto presentato come inedito, redazioni incoerenti, omissioni difficili da giustificare, e una serie di effetti collaterali non previsti. Il rischio analogo per i file UAP è reale in quanto senza un’agenzia o un panel scientifico indipendente incaricato di produrre un’analisi pubblica del corpus rilasciato, il materiale rimarrà soggetto a interpretazioni contraddittorie e strumentali, indipendentemente dalla buona fede di chi lo ha pubblicato.

Quello che il rilascio dell’8 maggio 2026 ha reso definitivamente chiaro è che il problema UAP (nella sua dimensione tecnica, istituzionale e culturale) non si risolve con la sola desecretazione. I dati grezzi esistono. La capacità di trasformarli in conoscenza verificabile, invece, rimane ancora largamente da costruire.