Marte, nelle rocce del cratere Jezero tre episodi distinti di acqua

Lo studio guidato da Purdue sui dati SuperCam di Perseverance identifica tre episodi di alterazione acquosa nella Margin unit di Jezero.

24 settembre 2026 15:49
Marte, nelle rocce del cratere Jezero tre episodi distinti di acqua - Rappresentazione artistica
Rappresentazione artistica
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Le rocce della Margin unit, la fascia ricca di olivina e carbonati che segue il bordo interno del cratere Jezero su Marte, hanno registrato almeno tre episodi distinti di contatto con l'acqua, ciascuno con fluidi di composizione diversa. Lo sostiene il gruppo guidato da Candice Bedford della Purdue University in uno studio peer reviewed pubblicato il 21 settembre 2026 su Communications Earth & Environment, costruito sui dati dello strumento SuperCam a bordo del rover Perseverance della NASA.

Il risultato ridimensiona l'ipotesi con cui la missione era arrivata in quell'area. Dall'orbita i carbonati sembravano il residuo di un'antica riva lacustre, mentre le misure a terra descrivono una roccia magmatica cristallina, ricca di olivina, alterata in seguito da fluidi diversi. Sopra i -2.350 m di quota rispetto all'areoide, la superficie di riferimento usata per le altitudini marziane, le rocce non mostrano segni rilevanti di esposizione all'acqua. Gli autori non riportano alcuna traccia biologica.

Come SuperCam ha letto oltre 185 bersagli di roccia

SuperCam è montato sul palo del rover e combina più tecniche. La principale è la LIBS, una spettroscopia che colpisce il bersaglio con impulsi laser a 1.064 nm ed energia di 14 mJ, vaporizza una macchia larga fra 250 e 400 µm e legge la luce emessa dal plasma per ricavarne la composizione chimica. Le misure quantificate riguardano bersagli fra 2 e 6,5 m dal palo, affiancate da immagini ad alta risoluzione, spettri nel vicino infrarosso e dati Raman.

A questo archivio il gruppo ha applicato una cluster analysis gerarchica, un metodo statistico che raggruppa le misure per somiglianza chimica senza ipotesi di partenza, ottenendo otto gruppi composizionali. 356 punti, il 22% del totale, hanno mostrato una somiglianza debole con il gruppo assegnato e sono stati isolati in una categoria a parte. Le quattro zone esplorate coprono quote fra -2.423 e -2.159 m, percorse fra il sol 911 e il sol 1.280 della missione.

La sequenza ricostruita parte da fluidi ricchi di anidride carbonica, da neutri ad alcalini, che hanno riempito le fratture con carbonati e hanno lasciato creste in rilievo dove l'erosione ha asportato il materiale circostante. Nella seconda fase fluidi più acidi, arrivati dal paleolago o da una falda diversa, hanno rimobilizzato i carbonati e depositato silice negli spazi porosi. L'ultimo episodio ha riempito fratture più recenti con vene di solfato di calcio e fluorite, il fluoruro di calcio, fra cui una vena spessa circa 25 cm nel settore orientale.

Che cosa resta aperto e perché contano i campioni già prelevati

Lo studio non data gli episodi e propone due scenari estremi. Nel primo l'alterazione dipende dall'interazione diretta con il paleolago di Jezero, nel secondo basta la circolazione di acque sotterranee. Gli autori avvertono anche che le stratificazioni e le granulometrie osservate nel settore orientale, compatibili con il rimaneggiamento di una riva, possono formarsi allo stesso modo dentro un'intrusione magmatica stratificata, e l'ambiguità resta aperta come in altre ricostruzioni sul passato acquoso del pianeta.

Un vincolo arriva dalla chimica dei grani di cromite, omogenea dentro ciascuna zona e diversa fra una zona e l'altra, che limita a distanze molto brevi l'eventuale trasporto del materiale. Sull'ultimo episodio la fluorite indica per analogia terrestre un ambiente idrotermale, e un candidato edificio vulcanico sul bordo del cratere rende plausibile una circolazione riscaldata da attività vulcanica, senza che il meccanismo risulti dimostrato.

Nel tratto esplorato Perseverance ha prelevato i campioni Pelican Point, Lefroy Bay e Comet Geyser, che restano depositati su Marte. Il Jet Propulsion Laboratory, che gestisce il rover per conto della NASA, colloca il lavoro fra i risultati utili a leggere i terreni carbonatici marziani. L'interesse astrobiologico che gli autori attribuiscono alla Margin unit riguarda la capacità di conservare eventuali biofirme, e la verifica dipende dall'analisi in laboratorio, quindi da una missione di ritorno dei campioni che oggi non ha un calendario confermato.

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