Perdita d’aria sulla ISS e ordine di evacuazione: cosa sta succedendo?
La NASA ha ordinato all’equipaggio Crew-12 di rifugiarsi nella Crew Dragon dopo l’aumento della perdita d’aria nel tunnel PrK del modulo russo Zvezda. Analisi tecnica, cronologia e prospettive.
Alle 9:04 del mattino ora della costa orientale degli Stati Uniti (le 1304 GMT) di lunedì, il controllo missione di Houston ha trasmesso ai quattro membri della missione Crew-12 un’indicazione che raramente arriva in forma così netta: entrare nella capsula Crew Dragon agganciata alla Stazione Spaziale Internazionale e indossare le tute. Due astronauti statunitensi, un’astronauta francese e un cosmonauta russo hanno ricevuto l’ordine come misura precauzionale, nel caso in cui la perdita d’aria a bordo richiedesse un’evacuazione d’emergenza, secondo quanto riferito da un funzionario della NASA. La parola “evacuazione” ha acceso i titoli, ma il quadro tecnico racconta una vicenda più sfumata, e per molti versi già nota a chi segue da anni la salute strutturale dell’avamposto orbitante.
La fonte primaria della notizia è la NASA, ripresa il 5 giugno 2026 dal dispaccio dell’agenzia Reuters firmato da Joey Roulette. Il fulcro del problema non è nuovo e ha un nome preciso e cioè il tunnel di trasferimento del modulo di servizio russo Zvezda, identificato dall’acronimo russo PrK. È in questo stretto vestibolo che da anni si concentra una delle vulnerabilità più discusse dell’intera architettura della stazione.
L’ordine del controllo missione e l’innalzamento del livello di sicurezza
La sequenza operativa di lunedì segue una logica conservativa codificata da tempo. La NASA ha disposto che la squadra di quattro persone della Crew-12 si rifugiasse nella propria Crew Dragon e indossasse le tute spaziali come misura precauzionale. Il rifugio nella capsula, in gergo lo shelter-in-place, non equivale a un abbandono della stazione, significa che l’equipaggio si posiziona vicino al proprio veicolo di rientro, pronto a sganciarsi e a tornare a Terra solo qualora i parametri peggiorino oltre soglie predefinite. La capsula Dragon resta agganciata, la stazione resta abitata, e le attività riprendono una volta rientrato l’allarme.
A motivare la cautela è stato un cambiamento nei numeri; infatti, le perdite d’aria erano rimaste relativamente contenute negli ultimi mesi, ma lunedì il tasso è salito da circa una libbra d’aria al giorno a due libbre, secondo un alto funzionario della NASA che ha chiesto di non essere identificato. Due libbre corrispondono a poco meno di un chilogrammo d’aria al giorno, una quantità che il sistema di rigenerazione e ricarica atmosferica della stazione è in grado di compensare senza difficoltà, ma il cui raddoppio improvviso impone un riesame della situazione. La portavoce della NASA Bethany Stevens ha ricondotto il fenomeno alla storia ormai consolidata di crepe e perdite nel PrK, mitigate finora dall’agenzia russa Roscosmos per quanto le tecniche disponibili lo consentano, e ha precisato che proprio per il 5 giugno Roscosmos aveva programmato un intervento di riparazione più esteso.
L’equipaggio coinvolto è quello partito il 13 febbraio 2026 da Cape Canaveral. La Crew-12 è formata dall’astronauta della NASA Jessica Meir, comandante, dal pilota Jack Hathaway, dall’astronauta dell’ESA Sophie Adenot e dal cosmonauta di Roscosmos Andrey Fedyaev, mission specialist. La missione, dodicesima rotazione di equipaggio operata con la Dragon nell’ambito del Commercial Crew Program della NASA, è prevista per una durata di circa otto mesi. Vale la pena segnalarlo perché alcune versioni derivate della notizia hanno fatto circolare nomi errati: il roster confermato dalla NASA è quello appena indicato.
Anatomia del PrK: dove si trova la perdita e perché è difficile da chiudere
Per comprendere la natura del problema occorre collocarlo nello scheletro della stazione. Il PrK funge da passaggio tra il modulo Zvezda e i veicoli agganciati al suo portello di poppa. È un corridoio angusto attraverso il quale transitano gli equipaggi delle Soyuz e i rifornimenti delle navette cargo Progress. Lanciato nel luglio 2000 su un razzo russo Proton, Zvezda fu il terzo modulo a unirsi alla stazione in crescita e fornì il centro di comando per i cosmonauti russi, gli alloggi dell’equipaggio, il portello di poppa e due ulteriori porte oggi occupate da un modulo airlock e da uno di ricerca. Si tratta, in altre parole, di uno degli elementi più anziani dell’intero complesso, e questo aspetto è centrale per leggere la vicenda.
Una cronologia che parte dal 2019
La perdita non è un evento improvviso del 2026. La fuoriuscita fu notata per la prima volta nel 2019 ed è stata discussa apertamente fin da allora dalla NASA nel corso di revisioni periodiche e briefing dedicati alla stazione; il tasso di perdita è variato nel tempo, restando attorno a una quantità compresa fra una e due libbre al giorno. La gestione operativa adottata di conseguenza è semplice quanto efficace: il portello del tunnel viene tenuto chiuso, salvo quando una navetta deve agganciarsi, così da isolare il volume interessato dal resto della stazione.
Il punto di svolta tecnico arrivò due anni fa. Le perdite sono causate da microscopiche crepe strutturali all’interno del piccolo modulo PrK, situato fra l’airlock di una navetta Progress e il modulo Zvezda; quando il tasso di perdita raddoppiò nel 2024, i responsabili della NASA classificarono il rischio come “alta probabilità” e “alta conseguenza”. Quella classificazione, la più severa nella scala adottata dall’agenzia, riflette tanto la difficoltà di individuare con precisione l’origine delle microfratture quanto l’impossibilità di intervenire con una saldatura definitiva in orbita.
Nei mesi successivi si sono alternati segnali contrastanti. Nel giugno 2025 un nuovo segnale di pressione in un segmento di Zvezda fece pensare che la perdita fosse stata finalmente riparata, ma la prudenza prevalse e diversi lanci verso la stazione furono rinviati in attesa di valutazioni più approfondite. All’inizio del 2026 la NASA confermò che la sezione aveva smesso di disperdere atmosfera nello spazio, dopo che il piccolo modulo aveva ripreso a mantenere la pressione. La stabilizzazione, raggiunta attraverso applicazioni ripetute di sigillante e prove successive, sembrava chiudere un capitolo lungo mezzo decennio.
Il ritorno della perdita a maggio 2026
La quiete è durata pochi mesi. Il 1° maggio, mentre i cosmonauti russi scaricavano le forniture dalla navetta cargo Progress 95, i sensori hanno rilevato un segnale ormai familiare, un lento e costante calo di pressione all’interno del piccolo vestibolo noto come PrK. L’analisi dei dati ha indicato una perdita di circa una libbra d’aria al giorno, come riferito dal portavoce della NASA Josh Finch ad Ars Technica. La testata, attraverso il giornalista Eric Berger, ha rappresentato per prima la riapertura del problema, fornendo il livello di dettaglio tecnico che le agenzie istituzionali tendono a diluire.
La navetta protagonista del rilevamento è la Progress MS-34. Lanciata il 25 aprile 2026 con un razzo Soyuz-2.1a da Baikonur, si è agganciata al portello di poppa di Zvezda il 28 aprile, trasportando complessivamente 2.518 chilogrammi di carico fra rifornimenti pressurizzati, propellente, acqua e gas. La gestione adottata da Roscosmos ha previsto di lasciare scendere gradualmente la pressione nel tunnel, monitorandone il ritmo e ricaricandolo all’occorrenza con immissioni di azoto e ossigeno. Secondo lo stesso resoconto, la perdita non ha influito sulle attività ordinarie degli occupanti della stazione, dalla ricerca scientifica alla manutenzione quotidiana del laboratorio orbitante.
Perché il raddoppio non è un’emergenza, ma non va minimizzato
La distinzione fra allarme operativo e crisi reale è qui essenziale. La stazione dispone di scorte d’aria e di sistemi di ricarica capaci di assorbire perdite ben superiori a due libbre al giorno per periodi prolungati, e la chiusura del portello PrK consente di confinare il fenomeno. La prudenza della NASA non nasce dal timore di una depressurizzazione catastrofica, scenario che i numeri attuali non giustificano, bensì dalla necessità di non sottovalutare un trend in un componente strutturale che ha già rivelato fragilità ricorrenti.
L’interrogativo che inquieta gli ingegneri riguarda il meccanismo profondo del danno. Una delle ipotesi è che le guarnizioni del portello del tunnel possano a loro volta perdere, alimentando il vestibolo con aria proveniente dal resto della stazione e generando una pressione stabile che farebbe apparire la perdita riparata anche quando non lo è. È una spiegazione che renderebbe conto dei falsi segnali di guarigione registrati nel 2025. Lo scenario peggiore, invece, è quello della fatica ad alto numero di cicli, il fenomeno per cui il metallo si indurisce attraverso l’uso ripetuto e finisce per cedere di schianto, lo stesso processo individuato all’origine del disastro del volo Aloha Airlines del 1988 e recentemente evocato come causa dell’implosione del sommergibile Titan. Tradotto in termini orbitali: cicli ripetuti di pressurizzazione e depressurizzazione del tunnel, sommati a venticinque anni di sollecitazioni termiche e meccaniche, possono propagare microfratture in modi non lineari e difficili da prevedere.
Anche per questo l’evento del 5 giugno è stato letto attraverso una lente che va oltre la singola perdita. La ISS sta invecchiando, e la ricomparsa di microfratture strutturali introduce rischi crescenti, alimentando l’attenzione sulla sostenibilità a lungo termine della stazione e sull’ipotesi di un ritiro. La perdita di Zvezda, in questa chiave, è meno una crisi a sé stante che il sintomo di una condizione sistemica.
L’impatto sui calendari di lancio e sulla cooperazione internazionale
Le conseguenze pratiche del problema si misurano da tempo sui manifesti di lancio. Già lo scorso anno la questione del PrK aveva costretto a rinvii significativi. La preoccupazione per la perdita d’aria nel comparto russo aveva spinto NASA e Axiom Space a posticipare a tempo indeterminato il lancio di un volo commerciale verso la stazione, dopo che ulteriori ritardi erano stati provocati da venti elevati nella zona di ammaraggio d’emergenza e da una perdita di ossigeno nel primo stadio del razzo Falcon 9. In quell’occasione la NASA spiegò in un comunicato che i cosmonauti avevano ispezionato le superfici interne del modulo pressurizzato, sigillato ulteriori aree di interesse e misurato il tasso di perdita corrente, e che il segmento manteneva la pressione a seguito di quell’intervento.
La gestione condivisa fra NASA e Roscosmos resta un fattore decisivo, perché il modulo interessato appartiene al segmento russo e le riparazioni competono ai cosmonauti. La collaborazione operativa è proseguita senza fratture nonostante le tensioni geopolitiche, ma la prospettiva di lungo periodo è meno solida. Mentre tutti gli altri partner si sono impegnati a operare la stazione fino al 2030, la Russia ha confermato la propria partecipazione soltanto fino al 2028, una asimmetria che pesa sulle decisioni relative proprio ai moduli più anziani del segmento russo.
La perdita e il futuro della Stazione Spaziale Internazionale
L’episodio si inserisce in un dibattito già aperto sul destino dell’avamposto. La ISS, abitata in modo continuativo da novembre 2000, è programmata per il ritiro fra il 2030 e il 2031, con un rientro controllato che segnerà la fine di un’epoca. Una volta rientrato l’ultimo equipaggio, un veicolo appositamente progettato, lo U.S. Deorbit Vehicle, agirà da rimorchiatore spaziale per indirizzare la stazione verso una regione remota dell’Oceano Pacifico meridionale nota come Point Nemo, il cosiddetto cimitero dei satelliti. La NASA ha affidato il compito a SpaceX nel giugno 2024 con un contratto del valore fino a 843 milioni di dollari, una tempistica giudicata stretta per progettare e costruire un veicolo specializzato per un’operazione che deve riuscire alla perfezione, pena la dispersione di detriti sulla superficie terrestre.
Proprio l’invecchiamento testimoniato dalle perdite di Zvezda viene utilizzato come argomento a favore di una conclusione ordinata della missione. Phil McAlister, ex direttore del volo spaziale commerciale della NASA, ha dichiarato ad Ars Technica che la vicenda conferma la saggezza della politica attuale di ritirare la ISS nel 2030 e di sostituirla con piattaforme commerciali più moderne, economiche e sicure. Non tutti, però, condividono la fretta. Una commissione chiave del Senato ha inserito nella bozza del NASA Authorization Act del 2026 una misura che ordinerebbe all’agenzia di estendere le operazioni della stazione fino al 2032, due anni oltre il termine attuale, vietando inoltre il deorbit fino a quando una stazione commerciale sostitutiva non sia operativa.
Qui emerge la tensione di fondo che la perdita rende tangibile. Come la NASA ha più volte rinviato il ritiro della stazione, costruita per durare quindici anni, allo stesso modo sono slittate le tempistiche delle aspiranti sostitute commerciali. L’agenzia ha assegnato oltre 400 milioni di dollari per lo sviluppo di stazioni private, annunciando nel dicembre 2021 i primi finanziamenti a Orbital Reef di Blue Origin, alla Axiom Station di Axiom Space e a Starlab, e definendo nel settembre 2025 una seconda fase che richiede ai partecipanti di dimostrare di poter sostenere quattro persone in orbita per almeno trenta giorni. Il calendario impone che queste piattaforme raggiungano la piena operatività prima del deorbit della ISS, così da non interrompere la presenza umana statunitense in orbita bassa.
Cosa osservare nelle prossime settimane
L’intervento di riparazione più esteso annunciato da Roscosmos per oggi, 5 giugno, rappresenta il prossimo banco di prova. La storia recente suggerisce cautela nell’interpretare eventuali segnali positivi: la stabilizzazione del gennaio 2026 era apparsa convincente prima di rivelarsi temporanea. La variabile da seguire non è soltanto il ritorno del tasso di perdita verso il valore di una libbra al giorno, ma la capacità di identificare con certezza il meccanismo di propagazione delle crepe, distinguendo fra il problema delle guarnizioni del portello e l’ipotesi più seria della fatica strutturale del metallo.
Per gli osservatori del settore aerospaziale, la vicenda di Zvezda offre una lezione che trascende la singola perdita. Un laboratorio orbitante progettato per quindici anni e operativo da oltre venticinque mostra, attraverso un vestibolo di pochi metri cubi, i limiti fisici di qualsiasi infrastruttura esposta per decenni all’ambiente spaziale. La gestione “libbra per libbra” adottata dagli equipaggi, fatta di portelli chiusi, ricariche di gas e ispezioni periodiche, tiene insieme una macchina straordinaria mentre il programma costruisce ciò che dovrà raccoglierne l’eredità. La domanda operativa, in orbita come a Houston e a Mosca, non riguarda più se la stazione possa essere riparata, ma per quanto ancora le riparazioni potranno bastare.
